Lo status quo della disuguaglianza

Non molto tempo fa, Salvo Mizzi ha pubblicato questo post su LinkedIn.

A prima vista, sembrava la solita fotografia del crescente divario tra Nord e Sud Italia, la solita notizia che regolarmente fa il giro dei social. Insomma, nulla di nuovo.

Solo che c’era qualcosa di nuovo.

La storia non riguarda gli oligarchi alle prese con la loro scalata. Buon per loro. A me interessa del resto di tutti noi.

Se i dati ISTAT sono corretti, ci siamo allontanati così tanto gli uni dagli altri che alcune aree dell’Italia non sono nemmeno più considerate e più andiamo in basso, più il divario si allarga velocemente.

Tutto ciò è ben più preoccupante del digital divide.

Nel suo affascinante libro The Assault On Intelligence, Michael Hayden, ex Direttore della CIA, spiega le ragioni per cui negli ultimi anni il populismo nazionale sia emerso con fermezza e in modo inesorabile in tutto il mondo, dando vita alla società polarizzata in cui viviamo oggi.

Il veterano dell’Intelligence spiega che, nonostante i cittadini delle grandi città del Mondo Occidentale abbiano vissuto in maniera positiva l’impatto della globalizzazione, in realtà questi “hanno più in comune con le loro controparti internazionali che con i loro connazionali”.

Quelli abbastanza fortunati da vivere vicino a una grande città “sono stimolati a considerare lo status quo e gli esiti positivi come una situazione normale, quasi universale. Basterebbe visitare le nostre città d’origine, per vedere come i venti della globalizzazione stiano soffiando sui volti di molti nostri coetanei, riducendo le opportunità, decapitalizzando comunità una volta fiorenti, e aggiungendo forte stress sui legami familiari.

È un vero e proprio movimento sociale.

Ma tutto ciò cosa c’entra con il mondo della comunicazione? Per me c’entra eccome e quel grafico è la prova di cui avevo bisogno. Il sistema sta alimentando la sua stessa fine. Stiamo perdendo la possibilità di raggiungere persone di talento perché il treno della “globalizzazione” è partito da tempo e quelli rimasti indietro avranno sempre più difficoltà a farsi notare dai pezzi grossi in attesa al capolinea.

Non importa quanto siano bravi.

Qualcuno ha mai osservato con attenzione la qualità del talento in giro per l’Italia, o i pezzi grossi sono troppo impegnati a restare a galla per vedere quanto velocemente il loro modello attuale stia affondando?

Sono preoccupato che nessuno stia prendendo la situazione seriamente, ma parte di questo mio folle progetto su copywritermadrelingua è cercare agenzie straordinarie e talenti creativi che si trovano al di fuori del solito radar e metterle in contatto tra loro.

Perché? Perché il modo in cui le grandi agenzie si sono “globalizzate” ha frammentato il “Made in Italy” in 20 cluster completamente diversi. Ho trovato altrettanta creatività (e professionalità) fuori dai confini prestabiliti che dentro, e se qualcuno cambierà il sistema, sarà qualcuno dall’esterno.

La globalizzazione non deve necessariamente alienare talenti e dividere famiglie. La globalizzazione dovrebbe unire le fuoriclasse, ovunque e promuovere una crescita democratica.

Ma se il sistema rifiuta di aiutarsi da solo, non c’è da chiedersi perché ci troviamo in questa situazione.

Voglio sentire quello che hai da dire. Lascia pure un commento.

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